Torino, un successo “The art of the Brick”, la mostra dei record

“Per giocare bene al Lego occorre ‘legare’ i mattoncini sfalsandone le file, e dunque ecco che i nomi a volte la sanno più lunga di quelli che li inventano (Stefano Bartezzaghi)

Mettere insieme tanti mattoncini e creare un capolavoro. Nominata dalla CNN nella lista delle dieci mostre assolutamente da vedere, visitata da oltre cinque milioni di persone nel mondo, esposta in oltre cinquanta Paesi, The art of the Brick” mette in mostra oltre 80 imponenti e affascinanti opere dell’artista Nathan Sawaya, creatore stesso dell’esposizione. Partita lo scorso 10 novembre, l’esposizione andrà avanti fino al prossimo 24 febbraio presso la Promotrice delle Belle Arti in via Diego Balsamo Crivelli 11 a Torino.
Nato negli Stati Uniti, Sawaya è il primo in assoluto ad aver portato i Lego nel mondo dell’arte trasformando questo semplice gioco di costruzioni in opere capaci di ispirare e trasmettere emozioni. Che siano reali o immaginari, i personaggi e gli oggetti creati sono sempre sorprendenti e lasciano i visitatori senza parole. Le opere sono vere e proprie sculture in grado di trasmettere sentimenti, emozioni e stati d’animo. La capacità di trasformare un giocattolo comune in un’opera ricca di significato, commovente e a volte provocatoria, insieme alla perfezione spaziale e alla concettualizzazione dell’azione, rendono Sawaya uno degli artisti indubbiamente più innovativi di tutti i tempi.
Esistono cinque mostre itineranti firmate Sawaya in tutto il mondo. La versione presentata alla Promotrice delle Belle Arti è quella arrivata per la prima volta in Italia. E tante le novità anche per chi ha già conosciuto da vicino il genio artistico di Nathan. Una mostra che ha coinvolto milioni di persone in tutto il mondo, appassionando grandi e piccini. Tra le sculture più interessanti le ricostruzioni, a volte reinterpretate, di capolavori universalmente riconosciuti: dalla Monna Lisa di Leonardo alla Ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer, passando per il Bacio di Klimt e L’Urlo di Munch.

Nel 1932, nel villaggio di Billund, Danimarca, il falegname e carpentiere Ole Kirk Kristiansen avvia una società per produrre scale a pioli, tavoli da stiro e giocattoli di legno. Il figlio di Ole Kirk, Godtfred Kirk Christiansen, si unisce a lui nella ditta di famiglia all’età di 12 anni. Nel 1934, Kristiansen chiama Lego la loro ditta. È la contrazione delle parole danesi “leg” e “godt”. “Leg godt” significa “gioca bene” in danese. Coincidenza vuole che la parola “lego” significhi anche “io studio” o “io metto insieme” in latino.

Le novità della mostra torinese sono grandi opere come la Testa Moai, proprio come quelle presenti sull’isola di Pasqua, che si affianca a un dinosauro a grandezza naturale. Non mancherà l’area dedicata all’Anima, alle opere frutto dell’immaginazione entusiastica dell’artista, come la celebre Yellow, protagonista della grafica identificativa della mostra, scultura iconica a grandezza naturale di un uomo che, aprendosi il petto, fa uscire dal suo interno migliaia di mattoncini Lego gialli come il sole. O come My Boy, che ricorda, a ruoli invertiti, La Pietà di Michelangelo.

Alessandra Pirri

Su