Storia di un suicidio, la cultura del diritto senza dovere

Se non si produce, se produrre non si può, non si guadagna e non si può pagare nessuno. Semplice, ma a quanto pare anche no

Il suicidio dell’imprenditore che non poteva pagare i dipendenti, (e più di 500 si sono fatti fuori per motivi analoghi), è un dolorosissimo atto d’accusa.

Non soltanto verso chi sta rendendo impossibile la vita di tante piccole aziende, chi ci strizza di tasse e burocrazia fino a ridurci a tante spugne secche. Non soltanto verso le banche che concedono prestiti a chi soldi ne ha (vedi MPS). Ma soprattutto a chi ha creato in più di cinquant’anni la cultura del diritto senza dovere, di chi ha fatto credere che il posto di lavoro sia un diritto, sganciato dalla produttività. Sono i capostipiti  di chi promette “nuovi posti di lavoro”, come fossero cioccolatini, invece che essere legati al nascere crescere  e stare in buona salute delle aziende. Se un’azienda non produce, non ci sono soldi. Se non ci sono soldi, non solo non si può investire, ma neppure si può pagare. Invece ci hanno a lungo raccontato che gli imprenditori i soldi li hanno sempre, ma se li tengono, un po’ come i politici. Come se per il padrone dell’azienda non fosse importante e competitivo il benessere dei lavoratori. Come se campasse godendosi la vita e non lavorando più di tutti,  rischiando più di tutti.

Il diritto. Quello allo studio, anche se non studi. Alla promozione, anche se non sai. Alla sicurezza (mettere in sicurezza: uno degli slogan irrealistici): come se la si potesse garantire, la sicurezza. Si è riusciti a sganciare l’idea della sopravvivenza dalla verifica dei  risultati, Alitalia insegna. E a creare i capri espiatori, come in questo caso lo é stato l’uomo contro cui stavano organizzando uno sciopero. Si sa che la trista natura umana porta ad abbandonare chi sta diventando, diventa, è percepito debole. Ma se questi è il capo di un’azienda che non ha più soldi, invece di dargli contro, bisognerebbe stringerglisi attorno. Forse, tutti insieme, l’azienda si può salvare. Forse, tutti insieme,una soluzione si può trovare.

Invece no: si dà corpo all’illusione che con un po’ di violenza si possa costringere a tirar fuori dal cappello stipendi che nel cappello non ci sono. D’altra parte la violenza pare la migliore delle soluzioni, anche se è soltanto un sfogo che non lascia tracce positive, come s’è visto dalla fabbriche che hanno chiuso anche con le proteste alle stelle.

Non sarebbe morto, se al posto dello sciopero annunciato ci fosse stata solidarietà. Resterà almeno il rimorso, non dico ai signori dei sindacati – pelle dura – ma ai dipendenti che allo sciopero hanno aderito? Stupidi, egoisti, fuori dalla realtà, insensibili alla comprensione, alla gratitudine per un capo che da tempo pagava di tasca sua. La stupidità in questo caso sarà premiata, suppongo che l’azienda chiuda, che per gli stipendi non ci sarà più nulla da fare.

Non starebbe così l’Italia, se i capi fossero stati solidali con lei e avessero tenuto presente il semplice principio di causalità: se non produci, non guadagni. Se non cauteli, esponi. Se non amministri, vai in rovina. Come in un matrimonio: se non rendi felice il coniuge, lo perdi. Se non educhi i figli alle equivalenze dovere compiuto = premio, famiglia = società di tutti, da grande  accuserà i genitori se non avranno ciò che pretendono.

Ed eccoci qua, a vedere brava gente che si suicida e gente non brava che sorride dalle pagine dei giornali, sorridono quasi tutti, stringendosi le mani e scivolando come divi fra  telecamere e  microfoni, giocando a vincere poltrone e benefit, indipendentemente da come la stanno facendo a pezzi, quell’Italia che oggi è nelle loro mani, che sarà non si sa.

 

Federica Mormando

psicoterapeuta e psichiatra

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