“Revolution. Records and Rebels 1966-1970, dai Beatles a Woodstock”, mostra a Milano

Un’esposizione alla Fabbrica del Vapore che ripercorre gli anni della cultura hippie perché il Sessantotto, forse, non è morto, e potrebbe tentare di rivivere ancora

Quando la protesta rendeva pubblici gli ideali. Si tratta di “Revolution. Records and Rebels 1966-1970, dai Beatles a Woodstock”, la mostra che, dal 2 dicembre scorso, rende la Fabbrica del Vapore di Milano il luogo che fa rivivere il forte ’68. Visitabile fino al prossimo 4 aprile, il racconto di una rivoluzione culturale a partire dai suoi protagonisti e dalle loro storie. “Da Carnaby Street a Londra agli hippy di Haight-Ashbury, dall’innovazione tecnologica della Bay Area alle proteste del maggio francese, dalle comuni sparse in tutta l’America ai festival di Woodstock e dell’Isola di Wight. Questi gli anni caratterizzati da un idealismo ottimista che spingeva le persone a far fronte comune per sovvertire le strutture di potere in ogni sfera della società – affermano gli organizzatori -. Revolution, prodotta da Comune di Milano, Fabbrica del Vapore, Avatar-MondoMostre Skira, vuole ripercorrere questo periodo storico e dare la misura di quanto abbia plasmato il presente in ci viviamo. Cinquecento oggetti – testimonianze (canzoni, oggetti di design, abiti, film), organizzati in sette sezioni, narrano 1826 giorni di proteste, musica, comuni, controcultura, droghe e festival. I visitatori vengono così catapultati nell’atmosfera del periodo, avendo la possibilità di muoversi tra i luoghi in cui la rivoluzione fu più forte. E, alla fine del percorso, una sala immersiva con cuscini e maxi schermo consente di rivivere il leggendario Festival di Woodstock del 1969″.

Perché la manifestazione che si svolse a Bethel, piccola città rurale nello Stato di New York, dal 15 agosto al 18 agosto 1969, rappresentò l’apice della diffusione della cultura hippie. E il Festival di Woodstock fu un evento tanto importante, da diventare un aggettivo, utilizzato per rendere l’idea di una grande manifestazione, soprattutto se a carattere musicale e se popolata da un pubblico numeroso, per lo più giovanile (e, anche, trasgressivo). È Woodstock, il più grande raduno della storia del rock, andato in scena in una distesa di prato aperto (per la precisione, si tenne nel caseificio di proprietà di Max Yasgur, poco fuori il White Lake). Un happening mondiale organizzato allo scopo di riunire gli amanti della musica rock e del movimento della controcultura sessantottina, in tre giorni di “Peace And Music”.

Conosciuto anche come “An Aquarian Exposition”, Woodstock nacque grazie all’intuizione di quattro giovani promotori: John Roberts, Joel Rosenman, Artie Kornfeld e Mike Lang. Il più vecchio dei quattro, aveva appena ventisette anni.  Il gruppo diede vita a un evento storico di una portata ben più grande rispetto a quella che, almeno all’inizio dei lavori, avevano intenzione di mettere in piedi. E a dare l’abbrivo al festival fu un semplice annuncio pubblicato sul New York Times: “Giovani con capitale illimitato sono alla ricerca di interessanti opportunità di investimento e business, legali”. I soldi, in pratica, erano quelli di Roberts, il quale li aveva ereditati dal ramo farmaceutico. Con lui, nella missione, era impiegato il suo migliore amico, Rosenman. Ma a far scoccare la scintilla furono i due nuovi arrivati, Kornfeld e Lang. E Woodstock divenne Woodstock già nei giorni precedenti all’inizio vero e proprio del festival. Già mercoledì 13 agosto, due giorni prima dell’inizio della rassegna musicale, circa 50.000 persone campeggiavano nell’area adiacente il palco.

E oggi come allora, un evento unico che raccoglie ciò che è stato, per ricordare che, forse, gli ideali non sono tutti morti. L’esposizione, già aperta a Londra e Montréal, è curata da Victoria Broackes e Geoffrey Marsh del Victoria and Albert Museum di Londra insieme a Fran Tomasi, promoter di band musicali, Clara Tosi Pamphili, giornalista e storica della moda, e Alberto Tonti, noto critico musicale. Il catalogo che arricchisce la mostra è edito da Skira.

Alessandra Pirri

Su