Pino Rovitto presenta il suo libro “Relazioni”

Nelle relazioni umane niente è semplice e nulla è scontato, e le definizioni, come sapete, mettono sempre in crisi. Ogni parola rimanda a un’altra parola e così all’infinito, fino a perdere il filo, fino a perdere il segno dal quale siamo partiti.

Noi pensiamo, infatti, di conoscere noi stessi, di conoscere gli altri, di conoscere le cose del mondo; in realtà, non conosciamo veramente noi stessi, non conosciamo veramente gli altri, non conosciamo veramente le cose del mondo. Se è vero che le parole sono le ombre delle cose, allora noi conosciamo l’ombra di noi stessi, l’ombra degli altri, l’ombra delle cose del mondo.

Conosciamo, cioè, la nostra relazione con noi stessi, la nostra relazione con gli altri, la nostra relazione con le cose del mondo: e le relazioni ci sorprendono sempre.

Utilizzando un paragone linguistico, potremmo dire che le relazioni sono come le traduzioni di testi da una lingua all’altra; sono traduzioni imperfette della nostra conoscenza di noi stessi, della nostra conoscenza degli altri e della nostra conoscenza del mondo più in generale.

Traducendo, infatti, può capitare di lasciare fuori parti importanti o inventare cose bellissime: traducendo si possono costruire ponti oppure precipizi.

Per capire le relazioni abbiamo bisogno, allora, di avvicinarle con un atteggiamento che lo scienziato H. Atlan, in un suo bellissimo testo di qualche anno fa intitolato Tra il cristallo e il fumo, chiama magistralmente «Relativismo relativo».

Borges, che a sua volta riprende il pensiero del filosofo e teologo George Berkeley – uno dei padri dell’empirismo inglese – ci aiuta a individuare un primo elemento per cercare di capire le relazioni, per provare a chiamare correttamente le relazioni.

Scrive Borges «il sapore della mela non si trova nella mela – che non può gustare se stessa – né nella bocca di colui che la mangia. Ci vuole un contatto fra l’una e l’altra».

Quel contatto è la relazione. Altri esempi di contatto possono essere: la lettura, che istituisce la relazione tra lettore e scrittore; la musica, le canzoni che, nella loro immediatezza, aiutano a connettersi, a unirsi, a condividere.

La relazione è, dunque, quell’istante in cui essere e desiderio di essere, scendono a patti, con se stessi e con gli altri, proprio come la mela con il labbro, come il libro con il lettore, come la canzone con chi ascolta.

Da un punto di vista etimologico, Relazione rimanda a Re-ligo (che designa un legame strutturale, come, ad esempio, la religione) e a Re-fero (che indica, invece, un legame relativo istituendo una comparazione, mettendo in relazione due cose, due grandezze, due qualità).

Se, come afferma Wittgenstein, il soggetto non appartiene al mondo ma ne costituisce un limite, la relazione, per sua natura, permette di oltrepassare questo limite soggettivo, mettendo in contatto soggettività diverse e generando esiti, spesso inattesi e non sempre prevedibili, che superano il sistema di regole dei singoli soggetti.

Parafrasando Wittgenstein, rimane da capire se i limiti delle relazioni sono, a loro volta, anche i limiti del mondo.

Per capire un soggetto, per capire una relazione, è necessario fare un salto logico, bisogna cioè, uscire fuori dalla logica del soggetto, dalla logica della relazione, dunque dalla logica del mondo.

Per capirsi allora bisogna cambiare sistema di riferimento, uscire da quella situazione, da quella gabbia, per vedere le cose in maniera differente; è un po’ come il fuori campo nel cinema, un po’ come quando il pilota Mario Andretti dice “se guidassi sotto controllo sarei lento”.

Dopo una breve introduzione che parla della  storia delle Relazioni, da quelle di vicinato, basate su legami territoriali forti e sulla solidarietà alimentare, da quelle dei cosiddetti primitivi (cacciatori/raccoglitori) basate sull’assenza dello stato (people-based), alle relazioni social, algoritmiche e data-based e strutturalmente instabili, fragili, ambiguamente intime.

  • nella prima parte del libro parlo dei livelli di funzionamento del sociale (individui, gruppi, culture, social) e delle loro peculiarità e differenze.
  • nella seconda parte descrivo alcuni schemi relazionali ricorrenti, in particolare: dono e contratto, dipendenza e contro-dipendenza, ospitalità e respingimento.
  • nella terza parte presento alcuni elementi costitutivi delle relazioni e in particolare: fiducia, rischio e cambiamento.
  • nella quarta e ultima parte traccio un quadro delle relazioni del futuro e del futuro delle relazioni.
  • le conclusioni, che ho scritto e riscritto più volte, sono un riadattamento di una leggenda del Talmud (libro sacro ebraico, insegnamento) e con una citazione dello scrittore russo Maksim Gor’kij.

Completano, infine, il libro quattro appendici:

Appendice                  A         Studiare e apprendere le lingue morte

Appendice                  B         The book of love

Appendice                  C         Elenco e descrivo Venti parole che aiutano a vivere le     relazioni

Appendice                  D         Lancio l’idea di una grammatica delle relazioni partendo dai pronomi personali

Conclusioni

Quello che mi sento di sostenere – che è più di un’opinione e meno di una certezza, dunque una credenza – è che bisogna esercitarsi per superare le relazioni intransitive, proprie di questi tempi, dove l’azione del soggetto non transita su un oggetto, ma rimane attaccata in maniera narcisistica al soggetto.

Bisogna lavorare per sfuggire l’egoismo a tutti i costi, per evitare, come scriveva Leo Longanesi, «il protagonismo di quel tale che se fosse andato a un matrimonio avrebbe chiesto di essere la sposa e a un funerale il morto».

Bisogna ingegnarsi per sfuggire l’io, «il più lurido di tutti i pronomi», come lo definiva Carlo Emilio Gadda, bisogna adoperarsi per fermare questa moltiplicazione cancerosa e virale dell’io.

Confesso che ho nostalgia del sociale, sento la necessità di ritrovare il gusto del prossimo, il piacere del vicino, dell’altro, nel lavoro e nella vita in generale.

Mi chiedo, ogni tanto, se la vita sia degna di essere vissuta per la qualità delle relazioni o per l’utilità del lavoro svolto. Non so cosa rispondere.

Nelle relazioni queste due azioni lavorano a volte l’una per l’altra, più spesso l’una contro l’altra ma non so se questa tensione sia necessaria oppure no.

Nelle relazioni c’è sempre in gioco qualcosa – amore, potere, amicizia, influenzamento, intimità – e questa tensione le tiene in vita e le rende importanti.

So che le relazioni possono aiutare a trovare la via per esprimerci o spingere su strade che portano, invece, a reprimerci.

So che le relazioni possono condurre al malessere oppure essere alla base del ben-vivere, l’ἡδέως ζήν dei greci, il bene vivere di Seneca.

So che la vita, gli avvenimenti, noi stessi rischiamo di diventare irreali, semplici profili, se le relazioni si impoveriscono.

Per me l’esempio più bello di Relazioni è legato all’infanzia, quando ho imparato la differenza tra il dialogo, che presuppone uno scambio quasi obbligato, e la conversazione che, invece, è più libera.

Il ricordo più bello relativo alle Relazioni è legato all’infanzia, quando le comari del mio vicinato, sedute davanti alla porta, all’ombra  dell’ultimo sole, cominciano i loro discorsi «a conversario», cominciano «l’apparolamento».

Una voce finisce e l’altra comincia.

Qui contano le parole, valgono le frasi che si compongono con le parole, i discorsi che si compongono con le frasi: il resto non conta.

Nei benaccetti momenti di silenzio si sente soltanto lo sferruzzare dei ferretti da uncinetto.

Il ricordo di quei pomeriggi davanti alla porta, all’ombra degli alberi, il ricordo di quei giugni infantili, mi suggerisce, ora, una definizione parziale e imperfetta, spero interessante e utile, di cosa possiamo chiamare Relazioni.

Le relazioni sono totalità, negazione, possibilità; le relazioni sono, il tutto, il niente, il possibile.

Le relazioni sono momentanee riconciliazioni, di tempi, di spazi, di persone, le relazioni sono momentanee riconciliazioni di ieri, oggi, domani, di qui e là, di io, tu, egli,  noi due, noi, voi, loro.

Pino Rovitto, 57 anni è nato a Senise (PZ) e ha vissuto a Milano, Berlino, Bologna, Roma; vive e lavora a Rimini. È autore di molte pubblicazioni tra le quali ricordiamo: Le parole scomparse, dizionari innamorati senisari e lucani, Risguardi Edizioni, 2017; Rimini Minima, Risguardi Edizioni, seconda edizione 2017; Note sull’Ospitalità, scritto insieme a Gianni Marocci, Pàtron editore, 2015; Pàn Skuòrz e Muddìk, Breviario minimo senisaro, Metauro Edizioni Pesaro, 2014; Senza gli altri non sei nessuno, Metauro Edizioni, 2013; Il Punk ai tempi del muro di Berlino, Metauro Edizioni, 2011.

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