“L’amore secondo Isabelle” di Claire Denis dal 19 aprile al cinema

A cinque anni dalla sua ultima opera Les salauds (2013), Claire Denis torna affiancata dalla sempre fedele direttrice della fotografia Agnès Godard e dalla scrittrice Christine Angot, complice della sceneggiatura di questo L’amore secondo Isabelle (titolo originale: Un beau soleil intérieur).

Secondo quanto dichiarato dalla stessa Denis in una recente intervista per MUBI, il primo titolo del film sarebbe potuto essere semplicemente “Agonie”, data ironicamente l’agonia della ricerca di un “amore vero” alla quale si sottopone il personaggio della Binoche, che sia la regista che Christine Angot hanno trovato da subito tanto buffa e ridicola quanto triste. Prevedendo un ovvio rifiuto da parte della produzione, si è dunque optato per un titolo completamente antitetico, banale e da corso di yoga per signore di mezz’età: traducibile con “un bel sole interiore” o “una bella luce interiore”, racchiude tutta la vena satirica del film, che Denis e Angot non riservano solo a ciò che le circonda, prendendo in giro in primis la propria visione del mondo e, conseguentemente, il proprio cinema.

Operazione decisamente inaspettata se si pensa al cinema precedente della cineasta francese, nota per aver aggiornato alcuni discorsi sul mostrare propri del nuovo cinema francese dell’estremo in Cannibal Love – mangiata viva (Trouble Every Day, 2001), ma anche creatrice di meravigliose e oppiacee storie di desideri inappagati come il capolavoro Beau travail (1999). Iniziativa non per questo poco riuscita: definire Un beau soleil interieur un semplice svago potrebbe essere legittimo e ingannevole allo stesso tempo.

Se un film come L’intrus (2004) rappresenta per molti uno dei pinnacoli della produzione Denisiana in quanto a poetica e stile, dando vita quasi a un punto di non ritorno dei concetti di geografia corporea e indagine interiore ben noti, un episodio del genere può essere considerato una sorta di sintesi spensierata delle sue tematiche sessuali e amorose, alleggerita di tutta la morbosità che ha sempre intriso il suo cinema. Morbosità che non viene del tutto tralasciata e Denis ce lo dice più o meno apertamente mostrandoci, in una delle prime scene, un quadro (probabilmente di Joan Mitchell, che la regista francese cita, sempre nell’intervista per MUBI, fra le influenze più importanti per la realizzazione di Un beau soleil interieur, o comunque molto tendente al suo stile) che ricorda moltissimo il muro dipinto di sangue dalla Coré di Cannibal Love dopo il primo amplesso cannibale presente nel film del 2001.

Il sangue è dunque sullo sfondo e cristallizzato nel sottotesto, i corpi sono invecchiati e il morbo è una costante umana con cui ormai si è scesi a patti. Non sono un caso le comparse di attori cari alla regista come Alex Descas e Nicolas Duvauchelle, coi quali non collaborava da circa dieci anni e che decide di rispolverare, di ritrovarne più corpi che le parole, come nell’abbraccio fra Duvauchelle e Juliette Binoche che riesce a mettere su schermo tutta la meraviglia e la sensualità del silenzio, dimensione dialogica prediletta dei film di Claire Denis.

Semplicità è dunque, senza alcuna retorica, una delle parole chiave di questo film: l’agonia di cui parla la regista nell’intervista sopracitata è gestita con scappatoie sempre più semplici ma paradossali e ridicole, fino all’epilogo in cui il medium interpretato da Gérard Depardieu le dirà appunto di cercare in sé “un bel sole interiore”, che nonostante la banalità della frase è proprio ciò che, grazie all’ironia di Denis e Angot, fa funzionare il film.

Marco Clelio Palmieri

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