La sindrome del primo, ma solo in velocità

È straordinario come in apparenza tutti mirino a restare soli, cioè primi. Fermi da un immaginario podio a guardar giù quelli rimasti indietro

A volte Milano mi pare un megaring. In auto, oltre a scansare bici moto auto che contemporaneamente ti  vogliono dribblare a destra a sinistra, guardi per aria, che non ce ne sia anche uno che svolazza. Non parliamo dell’autostrada: motorinisti in auto che fan zig zag, motociclette che inventano la quarta fila e sfrecciano accanto a te che già vai oltre al limite. Gli illuminati vedono angeli custodi affannati a proteggere tutti, ma non sempre ce la  fanno. Sui media, è un affastellarsi di omicidi e insulti che non ci stanno nelle pagine. I social sono un insultometro gratuito di chiunque a chiunque. Al posto delle personalità ci sono gli slogan, e se quello che compare si differenzia da quello già postato sono insulti. Le satire sono diventate copie orripilanti di politicamente scorretti a testa in giù, un onore metaforico, si spera, sempre più esteso a chi dice cose sgradite agli appenditori.

L’elenco potrebbe non finire, ma concludo ricordando giornali santi che giocano a dare del demonio e dell’indemoniante a un noto uomo politico che gli sta antipatico. Roba da rabbrividire a tempo pieno. È la morte del pensiero. Della parola che gli consegue. Siamo regrediti all’età di due anni, quando i bambini spingono via chi gli dà noia. Spaventa l’immedesimazione con le proprie idee, chiamiamole così, che non sono idee, sono propaggini dell’io: un io talmente poco strutturato da aver bisogno di interpreti e supporti, vedi tatuaggi sempre più estesi. I nostri meravigliosi neuroni ridotti alla comunicazione con sé, come sui media o nei talk show, dove conta gridare insieme così nessuno capisce niente e l’urlatore migliore crede di vincere. I neuroni umiliati dal ritorno primitivo al pensiero binario: o tu o io.

Tutto ciò che non è ossequio è insulto, e la reazione è l’aggressione, piccola o grande. In questa palestra si trovano male le persone di buon senso, le persone che cercano la verità. Tale propensione  alla boxe si rivela in tutti gli ambiti, dalla scuola alla strada, dagli ospedali alle famiglie. Affossata l’autocritica, largo alla critica sugli altri. Che fare? In verità non lo so, ma qualcosa bisogna pensare. Il primo passo è accorgersi di questi insulti all’intelligenza, riflettere e documentarsi, anche perché nelle dispute talora sciorinare dati certi può essere utile. Non perdere la pazienza, anzi farsene una scorta, per non rispondere alla provocazioni e disarmare i violenti della loro arma preferita: ingaggiare battaglia. Educare allo sport vero, quello in cui quando si perde ci si chiede perché e ci si industria a migliorare.

Resuscitare il più possibile momenti di gioia semplice: chiacchierare a tavola, suonare e cantare in compagnia. Notare le cose belle delle persone e dirgliele. Tenersi lontani dai video-social rapporti in eccesso, che sono soliloqui camuffati. Si può provare. E non sopportare le mancanze di rispetto, allontanarsi dai facinorosi, dagli “amici” violenti anche se solo a parole. Che restino il più possibile soli e senza pubblico!

Federica Mormando

psicoterapeuta e psichiatra

 

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