La ruota delle meraviglie, memoria e cinema nel nuovo film di Woody Allen

La ruota delle meraviglie si staglia sul parco dei divertimenti di Coney Island dove vivono Ginny (Kate Winslet) e Humpty (Jim Belushi). Lei cameriera, lui giostraio, vanno avanti con pochi soldi, poco amore reciproco e col figlio Richie (Jack Gore) che appicca fuocherelli, finché non ricompare Carolina (Juno Temple), figlia disconosciuta da Humpty poiché sposata con un gangster, ora in fuga dagli scagnozzi del marito. La storia ci viene raccontata da Mickey (Justin Timberlake), che presto assumerà un ruolo più importante del semplice narratore.

E intanto Richie appicca fuocherelli.

Avevamo lasciato il buon vecchio Woody al 2016 di Café Society, per chi scrive poco più che banco di prova per un nuovo cinema Alleniano che, sulla scia di diversi film come Ave Cesare (2016) dei Coen e Il ponte delle spie (2015) di Spielberg, racconta o comunque riprende i famigerati 50s americani e le incoerenze di quest’epoca che spesso si perdono nella nostalgia sfrenata e nell’isteria del vintage.

Film pregno di memoria mediatica, Wonder Wheel prende a piene mani dal database del cinema hollywoodiano e non, interconnette sensi di epoche diverse e li rielabora in un alternarsi di stili disinvolto e, a volte, volutamente stridente.

Qui la memoria di Allen infatti è quella puramente cinematografica e televisiva americana. Dai più frivoli riferimenti a Titanic (Winslet che indossa la collana del suo ruolo più grande interpretato quando era una giovane attrice, il mare che ormai non solca più ma si limita a sfiorare desiderosa di avventura) e Belushi che sembra aver traslato il suo Jim de La vita secondo Jim nell’america degli anni 50, con tutto ciò che ne consegue (alcolismo, violenza e grettezza che se nella sitcom possono solo essere accennati qui plasmano il personaggio), ai piani sequenza teatrali che denotano uno studio perfetto del cinema di Elia Kazan, della sua ricerca di realtà intesa come spinta vitalistica che anima l’immagine, della percezione che Nicholas Ray ha dello spazio filmico, che diventa vivo solo quando i corpi lo invadono con la loro imprevedibilità, con la loro materia pulsante.

La meraviglia di Wonder Wheel sta proprio in questa spinta vitalistica che Allen riesce a raggiungere dopo averla fatta dialogare con la luce del celebre Vittorio Storaro, ancora una volta compagno tecnico alla fotografia del regista ottantaduenne (e alla sua quarantottesima opera!). Le luci di Storaro sono dichiaratamente finte, belle e avvincenti come solo la finzione del cinema può esserlo e racchiudono Coney Island in un universo a sé, un microcosmo quasi caricaturale e macchiettistico e, per questo, perfetto teatro dei drammi di queste icone, che nell’espressione dei loro drammi sembrano assorbire letteralmente questa luce, svuotarne il set per riempirsene, per infiammarsi, come Mickey che da buon autore/dongiovanni assorbe l’avventura, la storia da tutto ciò che gli orbita attorno. Infiammarsi, come Richie istintivamente infiamma le cose, piromania come forma grezza e primordiale, infantile della caccia al desiderio che infervora i protagonisti adulti. Ed ecco sul finale che Ginny, dopo aver esaurito anche il fuoco della recitazione in una scena in cui Kate Winslet ricorda inquietantemente Vivien Leigh nel finale di Un tram chiamato desiderio (1958) di Kazan, giace in una stanza grigia come la cenere, circondata solo dalla monotona realtà che la vede semplice cameriera sposata con Humpty e scrive la parola fine con una banalissima ma potentissima frase, “Non mi piace andare a pesca”, che detta da Vivien Leigh negli anni ’50 sarebbe entrata nella storia.

L’avventura, dunque, si è esaurita; tutto è ormai cenere. Come ciò che rimarrà dei piccoli incendi di Richie.

Come il Luna Park di Coney Island, distrutto definitivamente da un incendio nel 1946 e che negli anni ’50, in realtà, neanche esisteva più.

 

Marco Clelio Palmieri

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