La protesta, in Italia solo a parole

Alla fine un bel po’ di gente ci è andata, al referendum. Ma i commenti che ho sentito, da persone colte e no, ricche e no, milanesi e no, mi hanno mostrato la depressione di buona parte, almeno, dei lombardi. Strano: oggi tutti sparano pareri, esprimono – si esprimono – con una fiducia accanita nel potere di social, canali e canaletti TV, letterine ai giornali. Tutti si esprimono, fino a che si arriva alle urne. Allora, la protesta fiera è: non voto!  Il voto, che lo si valuti importante o no, non è considerato  un’occasione per esprimersi. Che sia perché non è sullo schermo? Perché non seguono faccine? Perché non è accompagnato da commenti insulti e lodi di persone che magari non si conoscono? Ho sentito dire “È un voto nullo”: confusione fra nullo e consultivo. (E l’informazione?). Ho sentito proclamare: non voto tanto è sempre lo stesso. Ho anche sentito dire: “Ah, già, ma non torno in tempo”. Da dove? Dal week, ovvio.

L’astensione come protesta, come voto contrario, e sì che dovrebbe dare più soddisfazione pigiare un NO che tacere. Questo atteggiamento depresso e vigliacco si spalma in tutti i settori. Un esempio? Tutti gli insegnanti si lamentano giustamente di classi in cui è impossibile (vero!) insegnare bene. Se lo dicono, me lo dicono, lo dicono. Ma in piazza ci vanno solo per il precariato. Tutti constatiamo quanto sia da rivedere il sistema inclusivo (tutti insieme: chi non  sa l’italiano chi salta sui banchi chi butta i banchi per terra. E chi vorrebbe imparare. E chi vorrebbe insegnare). Ma chi lo proclama? Tanto è inutile? Così in piazza davanti ai “poteri” ci vanno solo gli estremisti. Gli altri tacciono. Roba da dare a tutti un overdose di antidepressivo. Perché.

Federica Mormando

psicoterapeuta e psichiatra

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