Immersione e identità

La mostra “Chagall” ancora in corso alla Permanente di Milano mi ha deluso. Chagall c’entra solo perchè vi si è ispirato l’autore del viaggio stramediale in cui deformazioni e atmosfere (interpretate dall’autore) si susseguono su muri pavimenti e soffitti, costringendo lo spettatore a vagare in spazi indefiniti. Dalla seconda sala non sai se stai camminando dentro a una nuvola o per aria, se sei in piedi o alla rovescia.

Invece parecchie persone (in generale giovani) da questa  mostra sono rimaste incantate. Perché? Perché è una vera totale immersione.

Immersione. Ci si immerge in discoteca, dove i suoni invadono il sistema cardiocircolatorio e non c’è spazio per la parola. Ci si immerge nel viaggio multimediale preconfezionato. Ci si immerge nei giochi di ruolo, in cui non si recitano parti, ma si “diventa” il personaggio scelto, o scelto da altri. Con conseguenze fisicamente diverse, ci si immerge nelle droghe e nell’alcool.

Mi pare che ci sia un incremento di imput allo sfumare dell’identità personale, a scordare la coscienza vigile di sé, ad abdicare al giudizio personale e indipendente. Parte della società, non solo giovanile, naviga in un perenne liquido amniotico, soddisfatta proprio di perdersi.

 Il frequente piacere di perdersi, di non dover ricorrere alla piena presenza in sé, secondo me è una diminuzione di capacità immaginativa e di giudizio, una spinta a lasciare che altro ci viva.  Questo si unisce  all’abitudine di perdere l’intimità e la privacy, abitudine  fomentata dalle storie in diretta, dal continuo filmare, dal dichiarare amore e rotture d’amore invece che privatamente ai diretti interessati  a un pubblico misto, fra social e teleschermi.  Mi pare una buona preparazione a seguire il primo pifferaio che suoni forte. Seguirlo dove? Non importerà saperlo davvero: lo saprà lui.

Federica Mormando

psicoterapeuta e psichiatra

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