La dittatura dell’omologazione non è  la canzone della moda

Omologarsi è il grande rischio di oggi: è inchinarsi a una dittatura, sia essa manifesta o nascosta..

Leggo che il sindaco di Milano propone che i negozi, i bar e tutti gli esercizi che si affacciano su una via centrale di Milano  uniformino tende, sedie e tavoli. Stessi colori e stessa forma.

L’ideale monocromatico del sindaco forse corrisponde secondo lui a quell’ordine e quella sintonia che da un pezzo a Milano mancano: per altre ragioni.

Invece, scegliamo un bar o un negozio anche per le sue caratteristiche uniche, magari imprevedibili. Magari discordanti con l’ambiente! L’uniformità non è armonia, è omologazione. Se può essere piacevole vedere a Natale una lunga volta di luci  tutte d’oro sovrastare una via, non altrettanto lo è una teoria di negozi tutti uguali, come le meste file dei collegiali che sfilavano una volta.

Ma l’omologazione è virale: da quella scolastica, a quella musicale, a quel tragico politicamente corretto, che induce chi non lo è a non parlare, o parlare a suo rischio e pericolo. L’omologazione distrugge la creatività e il senso di sé; nega il dialogo, immergendoci in un sistema di specchi  che riflettono la stessa faccia. Ricorda i cartoni animati che mostrano le folle nel ripetersi all’infinito della stessa figura.

Omologazione: da distinguersi dalla moda, di cui è solo lontana parente. La moda e la sua storia sono espressioni loquaci di ogni epoca. Mary Quant ad esempio ha siglato la liberazione della donna, lo sdoganamento della fantasia. Diventando moda la minigonna ha perso parecchio del suo fascino, anche per colpa del cattivo gusto, ma ha ugualmente conservato un tocco di personalità: le minigonne erano di diverse fogge, diversi colori e tessuti, oltre che su diverse gambe.

Se invece pensiamo ai tatuaggi, tralasciando le osservazioni sociologiche, si sono molto omologati: identici, sdecorano masse di persone, per cui non risultano più segni distintivi. Credo che i tatuati non se ne accorgano. L’omologazione non è una divisa: la divisa, tolta dalle scuole per un malinteso senso di uguaglianza, era il segno di appartenenza a un gruppo; è rimasta tale per pochi, come i boy scout, l’Arma, gli Alpini. Omologazione invece è il confine del nulla.

Le casette a schiera, tutte uguali, si affacciano impersonali su strade di campagna, e così sarà per quei negozi e bar. Così è stato per le camicie nere, per le giacche maoiste, per le squadre a braccia e pugno tese. Così, come immaginava Orwell. Così, come nelle dittature. Che il diverso, lo temono: pericoloso segno di libertà. Finché possiamo,  dobbiamo coltivare le differenze dell’individualità, e sviluppare la nostra individualità. Chi crea, chi pensa, chi sceglie, è sempre unico. Quelli che non pensano, sono tutti uguali. Chi  costruisce fa prodotti diversi gli uni dagli altri. Chi distrugge, lascia le stesse macerie, vere o figurate.

Federica Mormando

psicoterapeuta e psichiatra

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