Kenya, continua il progetto “Energia alla Vita”

In uno spicchio di Africa lasciato in disparte, nel bene e nel male, dai flussi turistici con il loro denaro e i posti di lavoro, ma anche con le loro devastazioni, si intrecciano tradizione e modernità

Manuel Vulcano nella scuola del post

Quando, dalle piccole cose, si può arrivare a fare grandi cose. È il progetto “Energia alla Vita” portato avanti nel villaggio Archers Post, nel Distretto di Samburu, contea di Isiolo, Kenya. Lì, dove il sole brucia la pelle e i tamburi bantu scandiscono lentamente il ritmo giornaliero, l’Associazione mons. Oscar Romero di Magenta si propone di valorizzare le zone rurali al fine di evitare l’emigrazione verso le grandi città e le loro baraccopoli. E continua pertanto il programma rafforzato ulteriormente a febbraio scorso, che ha visto una delegazione italiana dell’IIs “Marcora” di Inveruno che, dal 2 al 12 febbraio 2018, ha proseguito i lavori di valorizzazione del posto. Perché qui ad Archers Post, che è la casa della comunità Samburu, è stato installato un dissalatore, per trasformare l’acqua salata in acqua potabile. Il dissalatore, chiamato anche impropriamente distillatore d’acqua, realizza la dissalazione, processo di rimozione della frazione salina da acque contenenti sale, in genere da acque marine, allo scopo di ottenere acqua a basso contenuto salino. “I punti a cui si è ispirato il nostro progetto “Energia alla vita” sono quelli dati di riferimento dalle Nazioni Unite (Unric) e definiti “Obiettivi di sviluppo del Millennio” – afferma Manuel Vulcano, docente dell’IIs di Inveruno e dell’Acme di Milano -. Eliminare povertà estrema e fame; raggiungere l’istruzione elementare universale; promuovere l’uguaglianza di genere e conferire potere alle donne; diminuire la mortalità infantile; migliorare la salute materna; combattere l’Hiv/Aids, la malaria e altre malattie; assicurare la sostenibilità ambientale; sviluppare una cooperazione ambientale per lo sviluppo”. E, oltre al progetto del prof. Rescaldina Angelo (che ha visto anche il coinvolgimento degli alunni), ad Archers Post da pochi anni fanno bella mostra anche dei pannelli fotovoltaici per la corrente. E infine, una serra: un tentativo di completare il fabbisogno di cibo a causa della situazione climatica complessa.

Terra di pastori semi-nomadi, qui dimorano i gruppi africani nilotici. Lo stesso nome Samburu è di origine Masai e deriva dalla parola samburr, che indica una borsa di pelle che i Samburu portano sempre con loro. I Samburu si riferiscono a se stessi come Lokop (o Loikop), che potrebbe significare “padroni della terra” (da lo, che indica possesso, e nkop, terra). Ma qui convivono altre due tribù, i Turkana, animisti che parlano una lingua nilotica orientale, e i Rendili, che si alimentano essenzialmente di latte, carne e sangue frutto dei loro allevamenti (sebbene la carne di zebù sia mangiata solo in occasioni particolari) e di frutti selvatici raccolti dalle donne. E, in questo paesaggio di pietra e terra dura, tra arbusti spinosi e poche palme doum, dove solo le lunghissime radici delle acacie ombrellifere riescono a vincere l’estenuante battaglia per la conquista di qualche goccia d’acqua, vive la speranza di essere finalmente autonomi. “Il progetto si inserisce nella più ampia volontà di cooperazione internazionale per la sensibilizzazione sulle tematiche di giustizia e di pace – continua Manuel Vulcano, -. Partendo dalla consapevolezza che alle riflessioni teoriche è necessario e doveroso un impegno pratico, la nostra delegazione ha cercato di apportare risoluzioni empiriche in un Paese in cui manca tutto. Ma, al tempo stesso, risulta ricco di risorse emozionali”.

 

Alessandra Pirri

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