Il Giorno del Ricordo al Teatro Brera di Inveruno, quando non dimenticare è l’undicesimo comandamento

…”Ahhah
come si fa
a morire di malinconia
per una terra che non è più mia”… (Simone Cristicchi)

Giancarlo Restelli 

“La vicenda di 250mila italiani costretti ad abbandonare le loro terre, la realtà tragica delle foibe e delle deportazioni, la pagina amara dei campi profughi in Italia”. Così stamattina il professore Giancarlo Restelli ha introdotto il tema delle foibe davanti ai ragazzi dell’IIS Inveruno. In un teatro in cui l’emozione era palpabile, è stato sottolineato come occuparsi delle foibe vuol dire fare riferimento al più grave massacro di civili della storia moderna italiana, per indagare un periodo storico ancora poco o per nulla conosciuto. Dopo uno spettacolo in cui si sono resi protagonisti i ragazzi, l’intervento dello storico ha emozionato un pubblico attento e commosso.
Perché il primo maggio del 1945, le truppe di Tito raggiunsero per prime Trieste mentre i neozelandesi (esercito britannico) arrivarono nel capoluogo giuliano il giorno dopo. Addirittura Trieste fu l’unica città europea a essere “liberata” da due eserciti! Tutto questo non impedì la tragedia di tanti italiani arrestati dai soldati di Tito e dalla polizia segreta jugoslava e condotti nei campi di concentramento in Slovenia oppure infoibati a Basovizza o Opicina, appena fuori Trieste. Non erano tutti fascisti coloro che finirono nelle foibe carsiche. Tra di loro , c’erano anche antifascisti del CLN che avevano combattuto fino a pochi giorni prima contro fascisti e nazisti e comunisti italiani contrari alle mire imperialiste jugoslave. Anzi in alcune realtà come Pola, la reazione jugoslava si abbatté pesantemente anche sulla classe operaia italiana dei cantieri navali. L’obiettivo di Tito era non tanto colpire il fascismo morente quanto colpire l’italianità di Trieste e della Venezia Giulia per slavizzare il territorio con più facilità e inserirlo nella nuova compagine statale jugoslava. Più che comunista, la politica di Tito era espressione di un nazionalismo radicale con forti componenti anti italiane.

Piero Tarticchio

Alla fine, dopo quaranta giorni (1 maggio-12 giugno ’45), le vittime della terribile violenza che si abbatté sulla Venezia Giulia furono circa 5.000. Quando Truman, presidente degli Usa, ordinò a Tito di sgombrare la Venezia Giulia con Trieste (12 giugno), moltissimi triestini e giuliani furono liberati dall’incubo di essere gettati vivi o morti nelle foibe oppure di essere deportati nei campi di concentramento del nuovo regime jugoslavo. Ma il dramma di queste terre di confine non finì qui, perché subito dopo riprese con grande forza l’esodo dalle terre che il trattato di pace del 10 febbraio del 1947 faceva diventare jugoslave. Furono 300.000 circa i profughi giuliani e dalmati in un arco temporale che va dall’esodo da Zara (1944) fino al 1956.
In Italia furono accolti con diffidenza e pregiudizio. Molti italiani dell’epoca non sapevano se considerarli italiani o meno. La stampa di sinistra diceva che erano tutti o quasi fascisti e nazionalisti; i governi li dimenticarono fino al 1960 in 109 campi profughi sporchi e fatiscenti. In realtà, si trattava di una grande comunità che pagava di persona (perdita delle proprietà e della propria identità) una guerra voluta dal fascismo e dalla classe dirigente italiana per i propri obiettivi imperialistici.
La parola è passata poi allo scrittore e grafico italiano Piero Tarticchio. Pietro (poi Piero) Tarticchio, nato in Gallesano (in croato Galižana) in Istria (vicino a Pola), ora residente a Milano, è uno di quegli italiani costretti all’esodo, nel 1947, dai partigiani del maresciallo Josip Broz Tito, che uccisero e gettarono nelle foibe sette suoi parenti, tra cui il padre e don Angelo Tarticchio, sacerdote. “La gente spariva di notte – ha affermato l’artista -. Ancora oggi non riesco ad ascoltare le donne che piangono, sto male… E il rifiuto dell’Italia fu una tragedia nella tragedia”. L’incubo è rimasto negli occhi di Piero, che allora aveva nove anni e, di notte, vide portar via suo padre, legato col filo di ferro: erano le due tra il 3 e il 4 maggio 1945, quando nella sua casa di Gallesano, alle porte di Pola, in Istria, fecero irruzione in quattro, tre in divisa scalcinata e berretto con la stella rossa di Tito, uno in abiti civili che parlava italiano.
Al termine della manifestazione, la dirigente scolastica Marisa Fiorellino e Sara Bettinelli, sindaco di Inveruno, a loro volta commosse, hanno ringraziato i partecipanti.

Alessandra Pirri

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