“Il gioco delle coppie” di Olivier Assayas, tra crisi editoriale e relazioni amorose

Dopo l’esperienza fantasmatica del capolavoro Personal Shopper (2015) e la sceneggiatura surreale e metaforica dell’ottimo Quello che non so di lei (D’après une histoire vraie, di Roman Polanski, 2017) Olivier Assayas torna su dei binari più terrestri con una commedia vivace su alcune coppie che gravitano intorno all’industria editoriale, sotto la “minaccia” di un tangibile processo di digitalizzazione.

Alain (Guillaume Canet), sposato con Selena (Juliette Binoche), un’attrice di successo, è un editore e rifiuta per la prima volta di pubblicare il libro del fidato Léonard (Vincent Macaigne), scrittore fuori dal tempo di libri semi-autobiografici e provocatori, sposato con Valérie (Nora Hamzawi), che lavora per un noto politico di sinistra. Tra un dialogo sulla digitalizzazione del mercato letterario e una cena fra amici, le coppie si alterneranno in un sagace gioco di segreti e rivelazioni decisamente inedito nel cinema del regista parigino.

Ciò che rende questo Doubles vies (titolo originale) interessante infatti è proprio la discrepanza fra la sua preponderante dimensione dialogica e il resto della produzione di Assayas, da sempre dedito a creare atmosfere efficaci e sottotesti sorprendenti più che discorsi concreti e conversazioni in cui il senso del film si costruisse in maniera esplicita. Anche in Sils Maria (Clouds of Sils Maria, 2014), in cui Juliette Binoche e Kristen Stewart parlano quasi senza sosta, alternando meta-recitazione e messa in scena canonica e spesso confondendo le due cose, in alcuni punti il paesaggio prende il sopravvento, rendendo le due attrici i fantasmi tanto cari al regista. Qui i personaggi sono letteralmente centrali e monopolizzano la macchina da presa, che li pedina in continuazione, per buona parte del film destreggiandosi fra gli spazi angusti degli interni, lasciandosi andare, in seguito, agli spazi aperti, man mano che le bugie si rivelano.

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, dicono, citando Il Gattopardo, Alain e la giovane collaboratrice interpretata da Christa Theret. La rivoluzione digitale narrata come di consueto da Assayas è ormai in piena affermazione eppure rimane questo piccolo dettaglio dell’editoria letteraria a perturbare. Quando in Demonlover -film di Assayas del 2002, di impatto minore rispetto ad altri ma comunque fondamentale punto di svolta della sua poetica- l’immagine di Diane veniva sessualizzata all’estremo e intrappolata nello schermo digitale, il finale era cinico e apocalittico, in perfetta linea con l’angoscia del nuovo millennio. Il cinema di Assayas oggi sembra completamente trasformato: passato attraverso esercizi di rilassatezza come Ore d’estate (L’ heure d’été, 2008), Qualcosa nell’aria (Après mai, 2012) e lo stesso Sils Maria, per approdare all’opera-mondo di Personal Shopper, in cui tutto il mondo digitalizzato è popolato da fantasmi (e sia a Olivier che a noi va benissimo così), il cinema di Assayas si è abituato progressivamente a una visione del mondo contemporaneo affatto apocalittica come agli esordi di questo suo discorso sulla rivoluzione digitale, e in questo Doubles vies è proprio il nuovo approccio a fornire materia di insegnamento.

Rifondare un genere come la commedia borghese di coppia non è il compito di Assayas (né probabilmente gli interessa accollarsi una tale responsabilità dal valore sicuramente discutibile), ma involontariamente questo suo ultimo lavoro potrebbe aver somministrato un antidoto efficace alla finta angoscia spettatoriale domata di cui questo genere si nutre ormai da decenni. La commedia di Assayas è chiacchierata, blaterata addirittura e quasi tutta di frasi di circostanza, banalità brevi e d’effetto che sembrano i tweet che i personaggi stessi demonizzano, ma l’atteggiamento di questo cinema non è di superiorità, né di disperazione per le condizioni del mondo, ma di pura, semplice e divertita esistenza nel contesto di cui, per forza di cose, si trova a dover parlare.

Il gioco delle coppie è dunque, a parer di chi scrive, da considerarsi un esperimento. Se sia di genere, di poetica personale o di adattamento alle circostanze poco importa: Assayas ormai sembra quasi insinuarsi e giocare dove gli capita.

Marco Clelio Palmieri

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