Hikikomori, dal Sol Levante i giovani che scelgono di vivere in rete

Circa due milioni di millennials giapponesi vivono barricati in casa, senza avere alcun contatto umano, preferendo la realtà virtuale dei social, chat e giochi alla vita frenetica della società. Anche in Occidente e in Italia fenomeno in crescita

Isolarsi dalla vita sociale, stare incollati davanti allo schermo del pc senza distinguere il giorno dalla notte e rifiutare ogni forma di contatto umano: queste le caratteristiche della sindrome Hikikomori.

Il termine deriva dal giapponese (letteralmente significa “stare in disparte”) e qualifica una generazione, principalmente di millennials, che rifiuta le problematiche della società del Sol Levante e sceglie una vita di clausura. Ma gli hikikomori con l’avvento di internet sono diventati una realtà anche occidentale.

In Italia, ad esempio, tre settimane fa ha fatto scalpore la notizia di una famiglia pugliese che viveva da oltre due anni e mezzo barricata in casa.

Genitori quarantenni con figli di 15 e 9 anni passavano tutto il tempo a giocare in rete su computer, tablet e smartphone, cibandosi esclusivamente di merendine che la figlia più piccola, l’unica che varcava la porta di casa, andava a comprare.

Un fenomeno inquietante con numeri in crescita (si parla di due milioni di casi in Giappone) che colpisce principalmente maschi primogeniti di ceto sociale medio alto di età compresa tra i 19 e i 30 anni.

Nonostante numerosi studi condotti in particolar modo dalle università giapponesi, è ancora difficile comprendere le cause di questo disagio giovanile. Il rigore di una società, influenzata dai valori tradizionali confuciani, l’assenza nella vita familiare di una figura paterna a causa dei ritmi di lavoro frenetici, la competitività esasperata che si verifica giù dalle scuole elementari, il dover scegliere per convenzione un’unica strada, quella “giusta”, e la timidezza, insita nel carattere, di molti giapponesi sono solo alcune delle cause che provocano il ritiro dalla vita pubblica.

Internet ha aiutato a creare un mondo parallelo per questa generazione di hikikomori: chat, giochi e social offrono un’alternativa virtuale a un mondo complicato.

In Giappone si è deciso di porre rimedio a questo fenomeno con due differenti metodi.

Un approccio medico tratta questo disagio con sedute di psicoterapia e uso di psicofarmaci, come se fosse un disturbo comportamentale.

Un reinserimento graduale in un contesto di socialità attraverso l’inserimento in comunità, dove recuperare la capacità di interagire con gli altri (spesso hikikomori) invece è il secondo metodo per far tornare a vivere questi ragazzi.

Raffaele Biglia

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