Esorcizzare le paure con paure peggiori: inutile sostituzione!

Attacchi di panico, ansia sfrenata, timori angosciosi all'idea dell'obbligatorio viaggio di vacanza. Ed esami clinici in continuazione: da uno, dall'altro medico-ambulatorio-pronto soccorso...

Quello che non hanno capito i post Sessantotto è che la vita è incerta. Che dobbiamo individuare il timone e tenerlo saldo, capire la rotta, il vento, riparare i guasti ma non provocarseli. Sapere che sconfitte e dispiaceri sono inevitabili. Guardare avanti…Vivere, insomma. Ci hanno raccontato tante fiabe. A noi della vecchia cultura classica, quella del progresso inarrestabile, del valore assoluto di onestà, solidarietà, della ricompensa (raccoglierai quel che semini…), e ci abbiamo messo un bel po’ a riconoscere le truffe, i furti, le disonestà premiate (in soldi e non solo) più delle onestà. Ci raccontavano di saggezza di chi governa, di rispetto per chi comanda. Ci abbiamo messo molto per capire la gerarchia: si obbedisce anche senza stimare, prendendo triste atto che chi governa può essere il contrario di saggio.

A quelli dopo, sbocciati nel ’68, hanno raccontato che basta la protesta per essere ascoltati, che la violenza ottiene. Che le autorità vanno sfidate. Che diplomi, lavoro, stipendio, vacanze sono un diritto non sempre collegato al senso del dovere, allo studio, al sacrificio.

E oggi che il castello crolla, invece di essere stimolati a farcela, tanti cresciuti fragili si accasciano; incapaci di focalizzare le vere sfide o di sopportare le vere sventure, somatizzano o esorcizzano con malesseri, controlli clinici, psicofarmaci, come se esistesse un riparo dalle incertezze vere, dalla paura oggettiva. Dobbiamo leggere gli scritti di persone che hanno usato bene la vita, ripescando la biografia della Curie e di Schweitzer, i poetici film di Nichetti. E quei romanzi che incitano all’impegno, al coraggio, invece che lagnare su sterili, tormentose introspezioni narcisistiche. Quelle tante opere che, nella transitorietà della cultura e perennità dei business, sono coperte di polvere, quasi invisibili. Leggiamo i testi degli eroi della resilienza, i testi pieni di speranza di chi è riuscito a sopravvivere. Libri di Arslan, Cirulnik,  film come ”Il padre”. Prendiamo esempio da chi nei ghetti sapeva anche suonare e cantare. E godiamocelo, questo privilegiato soffio di vita, dando il tempo alle persone buone che abbiamo scelto, cacciando le altre dal cuore, immergendoci nei miracoli che ci circondano e che nessuna scienza umana potrà creare. I fiori, il cielo, la nuvola. Il sorriso. Anche questo diventa un’abitudine, se ci sforziamo, e aumenta le endorfine più degli antidepressivi.

Termino il sermone con l’inizio di “Non dire mai”, l’inno della resistenza ebraica al nazismo.

Non dire mai che hai percorso l’ultimo cammino Anche se le nuvole nascondono l’orizzonte…..

Federica Mormando

psicoterapeuta e psichiatra

 

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