Dal paleolitico la macchia sul destino di donne e uomini

Molti non conoscono l’origine della paura che moltissimi uomini hanno ancora  adesso delle donne. Paura che può trasformarsi in violenza

Bisogna risalire a molti millenni fa, fino al Paleolitico. Al culto della Grande Madre, raffigurata in numerose figure femminili (le cosiddette “Veneri”) ritrovate anche in tutta Europa.

Bisogna comprendere la meraviglia, la reverenza, il timore di fronte all’incomprensibile e inimitabile magia di una donna capace di creare dal nulla una nuova creatura. Dal nulla: certo non si sapeva di geni e di fecondazioni, il parto era un miracolo. La donna fu all’origine venerata, deificata: la Grande Dea Madre. Nei tempi, la divinità femminile assunse diverse personalità, tutte collegate alla fertilità anche dei campi (Demetra, Cerere, Persefone) all’abbondanza della caccia (Artemide, Diana) all’amore sensuale (Ishtar-Astarte- Afrodite -Venere), alla fertilità delle donne (Ecate triforme, come tre sono le fasi della vita). E, in sintonia col ciclo delle messi, che alternano lo sbocciare e il morire, la Grande Dea è connessa anche a culti legati al ciclo morte-rinascita, simboleggiato dalla Luna. Tutte le statue che simboleggiano la dea madre hanno caratteri sessuali molto marcati: i segni della fertilità.

Da qui l’attribuire alla donna la totale responsabilità di generare un maschio o una femmina, e il ripudio, se non arriva un maschio.

Nel corso della loro tremenda storia, le donne hanno subito la prepotenza maschile perché gli uomini hanno voluto appropriarsi della magia, azzerare il  dramma dell’essere esclusi dal miracolo. Ed ecco l’imprigionamento della donna, indice di paura, e la violenza: deturpando l’oggetto dell’ammirazione, lo si riduce, o si spera di ridurlo, a un involucro senza valore. E gli attributi sessuali, una volta indice di preziosa fertilità, sono stati per questo ridotti a degradanti segni di attrazione e tentazione.

L’eco dei millenni canta ancora il suo tristo ululato. E canta il pianto di quelle donne che non hanno potuto né saputo, affermare la propria dignità. Benché da noi siano molti gli uomini contenti e fieri di una compagna libera e alla pari, nell’immaginario collettivo la donna è ancora una creatura inferiore, ma da temere e imprigionare.

Eppure se ci fosse una volontà comune, anche politica, di realizzare pari opportunità e diritti, sarebbe possibile mitigare fino a far sparire, anche se non immediatamente, l’accanimento, chiaro o occultato, contro le donne. Se le scuole insegnassero la storia delle donne e non prevalentemente quella degli uomini, se alle pareti delle aule fossero appese anche le foto delle grandi scienziate, poetesse, pittrici, musiciste che abbiamo e abbiamo avuto, se i maschi di casa evitassero i commenti alla bellezza più o meno sexy delle donne, e pure le barzellette, se insomma tutti si stesse attenti a dimostrare rispetto uguale a donne e uomini, se si classificassero come stupidi i maschi che fanno commenti e azioni irrispettose verso le donne, tutto ciò sarebbe possibile.

Bisognerebbe poter contare su un gruppo di persone libere emotivamente e intellettualmente, in grado di influire in modo stabile e profondo sui mezzi di comunicazione e sulla scuola. E su un finanziamento molto ingente, privato, per una campagna possente, adeguata, incisiva, ripetuta.

Mah….

Federica Mormando

psicoterapeuta e psichiatra

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