Continua a far parlare “Cannibale della parola”, raccolta di poesie erotiche dell’autrice Graziella Lo Vano

“Non c’è nulla di più nobile che riuscire a catturare l’attenzione delle persone con la parola, indirizzare le loro opinioni, distoglierle da ciò che è sbagliato e condurle verso ciò che apprezziamo” (Cicerone)

Il provocatorio non è necessariamente volgarità. Ce lo dice la scrittrice Graziella lo Vano, scrittrice di “Cannibale della parola”, celandosi dietro lo pseudonimo di Gonzaga d’Este. Una raccolta di poesie erotiche, ma mai scandalose. Perché se tutti avessero percezione dell’importanza della parola, si renderebbero conto che la parola alcune volte può diventare antropofaga. E si uccide con la parola. Ci si difende. Può blandire. Ma può anche diventare dialogo, persuasione.

È un modo diverso di scrivere. È un percorso che deve essere “sfogliato”, fino ad arrivare a quel “vado”, o all’unico punto”?”; e oltre il libro stesso. E la parola, espressa attraverso il sentimento, man mano che si procede nella lettura, si fa sempre più scarna. La frase si destruttura. Gli aggettivi vengono quasi aboliti. Le espressioni sono lapidarie. È volontà di aggregare anche i giovani, in questo “dialogo”. Raccoglie come moderni graffiti, le manifestazioni d’amore tra i giovani: un “tvb” sul cellulare nasconde un mondo di emozioni (stanno sorgendo concorsi di sms e il Gran Palai di Parigi, ha dedicato una mostra agli attuali graffiti). Come definire quindi queste poesie? Metallare? Metropolitane? Infangate di sguardi perduti nel blu o tra le assolate ciottolose fiumare? Forse potremmo chiamarle futuribili. In ogni caso, sono dirette e non si nascondono tra i percorsi dell’ipocrito vivere comune. Chi mai, anche soltanto una volta, non si è lasciato scappare una parolaccia. E perché la poesia deve vivere e parlare un linguaggio aulico, lontano dalla società (la poesia arroccata sul Parnaso)?

L’intento è quello di offrire una visione post moderna della parola, che diviene simbolo e icona di quell’arcano mistero che ricerchiamo e che qualcuno chiama poesia. Può un significante sollevarsi dal suo ruolo primordiale e incantarci con significati “altri”? Inseguiamo i dubbi e le parafrasi; ci affanniamo a esplorare quella pluralità di contenuti e forse dovremmo solamente avere maggiore attenzione per quei canti che provengono dalle nostre metropolitane, dai segni casuali lasciati sui muri, dalle parole scheggiate sui banchi di scuola.

Qui, a volte, se si sa ricercare, la si trova, soave e magica, altera e incostante, affabulatrice e irriverente, la poesia, quella pura e spietata. Moderni graffiti che l’autrice ha raccolto con grande sensibilità.

D’altronde, “cos’è infatti più ammirevole di un uomo il quale, distinguendosi dall’infinita moltitudine, riesce ad esprimersi perfettamente e realizzi così, lui solo o con pochissimi altri, qualcosa che per natura sarebbe concesso a tutti? Cosa c’è di più piacevole da apprendere e da ascoltare di un discorso elegante, fondato su saggi concetti ed espressioni appropriate?”, affermava il sommo avvocato latino…

 

Alessandra Pirri

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