Con “Unsane” Steven Soderbergh torna a parlare del cinema digitale

A meno di un anno da Logan Lucky, Steven Soderbergh torna sulla scena con un thriller psicologico dalle tinte kafkiane, dimostrando di poter padroneggiare l’arte del cinema di genere indipendentemente dalla sua declinazione. Unsane è infatti un’opera perennemente mutevole, che tiene il thriller come base per costruire un’impalcatura imprevedibile, assurda e apparentemente fuori controllo come i personaggi che la popolano.

Sawyer Valentini (Claire Foy) deve la sua difficoltà nelle relazioni sociali alla persecuzione da parte di uno stalker, David Strine (Joshua Leonard), a causa del quale ha abbandonato la propria città natale. Cercando aiuto psicologico, viene ingannata da una terapeuta e rinchiusa nell’Highland Creek Behavioral Center, un istituto di igiene mentale che sfrutta i pazienti per prosciugare le loro assicurazioni. Sawyer, anche grazie all’aiuto di Nate Hoffman (Jay Pharoah), giornalista in incognito che indaga sulle irregolarità dell’istituto, cercherà di fuggire, ma il passato continua a perseguitarla.

Una scena del film Unsane

Come al solito in bilico fra la satira politica e la speculazione metalinguistica, il regista di Atlanta dà vita, in questa sede, a nuove sperimentazioni legate al proprio cinema. Se in Logan Lucky queste si annientavano sul farsi in favore di una ricerca puramente sovrastrutturale (si rimanda alla recensione del film per approfondimenti) e un’avventura ben costruita, ma tutto sommato sottotono rispetto ad altri episodi della sua filmografia, ora Soderbergh ha lo spazio adatto a una prova per lui inedita: il film è infatti realizzato con degli iPhone e tale scelta del mezzo è, seppur già navigata da una fetta consistente di cineasti del digitale (Michel Gondry col suo corto del 2017 Detour e il Tangerine di Sean Baker del 2015 sono solo due dei vari esempi possibili), fondamentale e in linea con molte delle tematiche presenti nell’opera.

Osservare questa operazione di selezione tecnica come parte integrante dell’analisi del film in questione è infatti necessario: sin dai suoi primi impieghi al cinema l’iPhone (e con lui ogni dispositivo di ripresa digitale di dimensioni ridotte) è stato alfiere della capacità dello sguardo filmico di insinuarsi dappertutto, diminuire sempre più la distanza fra spettatore, regista e soggetto. In poche parole, il dispositivo di ripresa digitale di piccole dimensioni può riprodurre facilmente uno sguardo del tutto interno all’opera.
Cercare un tale approccio in Unsane, però, porta ad un clamoroso vicolo cieco. Le inquadrature, eleganti, spesso statuarie e raramente sopra le righe, sono indiscutibilmente distanti da un qualsiasi film found-footage o da un utilizzo sgraziato e impulsivo del mezzo. L’apparente libertà che lo smartphone può dare alla visione è volutamente limitata in favore di uno sguardo oppressivo e manipolatorio, memore secondo molti della lezione di Shining come delle forme di matrice espressionista del noir americano degli anni ’40 (interessante a tal proposito l’intuizione di Roy Menarini secondo cui il film è essenzialmente un noir digitale).
Dove si colloca dunque lo sguardo del regista di Effetti collaterali (Side effects, 2013), in un’opera come Unsane in cui si limita, apparentemente, a un’osservazione non partecipante? In realtà lo sguardo voyeuristico di Soderbergh (di discendenza sempre, meravigliosamente hitchcockiana) partecipa attivamente al progredire della storia. Si fa anch’esso personaggio e come loro è folle. Spaventa Sawyer quando da un totale stringe su un suo primo piano e si tinge di blu quando è nel dominio di David Strine (espediente che ricorda inquietantemente, restando sul noir, il distorcersi progressivo in dutch angle delle immagini de L’infernale Quinlan di Orson Welles ogni volta che la pericolosa presenza dell’ispettore Quinlan gravava sui personaggi). Potrebbe celarsi in ogni telecamera dell’istituto e, volendo, anche in ogni sguardo umano circostante.

Eppure il regista di Traffic (2000), paradossalmente, dissemina imperfezioni: scenografie incomplete, oggetti inutili, espedienti narrativi alla buona… Tutti elementi che rendono il film incompleto, straniante, volutamente difettoso. Non è forse questa l’imperfezione di una mente come quella di Sawyer, satura di influenze esterne (i social network, la pseudo-terapia dell’istituto, il grottesco manuale di auto-aiuto consegnato alla protagonista da Matt Damon in uno dei suoi cameo più randomici di sempre) e incapace di distinguere e verificare anche la propria verità (inutile forse elencare tutti gli elementi narrativi e di caratterizzazione del personaggio, a partire dal nome maschile, che ne facciano intuire la doppiezza, ancora una volta, in pieno stile noir)?

Il finale risolve con semplicità ed efficacia anche questa intuizione, firmando, con una chiosa quasi alla De Palma, l’impossibilità di questo cinema, digitale e non, di approcciarsi a qualcosa che somigli anche lontanamente ad una realtà, poiché per Soderbergh raccontare un personaggio facendo sì che il mezzo gli assomigli non vuol dire altro che raccontare l’impossibile. Sia del personaggio che, con tutta probabilità, del mezzo stesso.

Marco Clelio Palmieri

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