Arriva nelle sale “L’Atelier” di Laurent Cantet per comprendere i giovani e la loro rabbia

Olivia (Marina Foïs) è un’affermata scrittrice di thriller che lavora a un workshop in cui verrà realizzato, insieme a dei giovani francesi, un romanzo a più mani. Tra loro spicca Antoine (Mathieu Lucci), ragazzo sveglio e talentuoso, ma dalle idee poco affini a quelle della scrittrice e del gruppo di lavoro. Tra i due si innescherà un rapporto di reciproca scoperta che porterà ad esiti anche rischiosi.

Presentata alla sezione Un certain regard del festival di Cannes 2017 e al Rendez-vous 2018, festival del nuovo cinema francese, l’ultima fatica di Laurent Cantet, regista anche della Palme d’or del 2008 La classe (Entre les murs, 2008), rappresenta l’ennesimo tentativo di comprendere i giovani e la loro rabbia, che in questo episodio sembra più che mai avere origini fumose e traumatiche, anziché idealiste.

Antoine è infatti un giovane solipsista e senza idee concrete, affascinato dall’estetica militare e dai videogiochi. Lo spiazzante e interessante incipit del film mostra a tutto schermo (quindi senza mediazione formale) una partita a The Witcher 3, presumibilmente dello stesso Antoine, il cui avatar spara alla luna. Un’azione senza ripercussioni e che può risolversi esclusivamente in uno sfogo rabbioso, ma con un senso simbolico decisamente più profondo. Lo “sparare alla luna” non è proprio esclusivamente di Antoine. Anche Olivia, nel suo tentativo di comprendere il giovane, replica in un certo senso questo tipo di azione: i mezzi di comprensione sono obsoleti e Cantet lo dice con una chiarezza disarmante quando Antoine utilizza l’intervista tentata dalla scrittrice per demolirne i muri comunicativi e dimostrarle l’ipocrisia del suo metodo. L’idea nociva è ormai sostenuta dalla presunta lucidità dell’anti-retorica a tutti i costi, che è ciò che fa sembrare i discorsi e le idee di Antoine plausibili e spesso, addirittura, sorprendentemente brillanti, quantomeno dal punto di vista tecnico, poiché si dimostra l’unico, fra i ragazzi, ad avere talento nella scrittura.

Sparare alla luna anche come penetrazione di una mente a noi sconosciuta, dunque. Antoine stesso tenterà, nella scrittura di gruppo, l’approccio alla “nella mente del serial killer”, al punto di inquietare il resto del gruppo per la sua capacità di immedesimarsi nell’orrore di una mente distorta. Sotto questa luce, Antoine sembra quasi il risultato di un’elaborazione della mente umana nell’epoca postmoderna: la sua mente, tutt’altro che autonoma ma decisamente funzionale e brillante, è un calderone di idee confuse come è confuso il film. Si fa carico di ogni cosa convincente e di ogni impulso mediatico che possa costruire una macchina pensante, come se ogni idea fosse un’arma con cui aggredire il prossimo, come se il workshop e la scrittura fossero il mondo aperto di The Witcher 3 e Antoine il protagonista/avatar (si intende proprio come ibrido fra umano e coacervo di influenze) che deve combattere.

Prima o poi ogni macchina pensante deve fare i conti con la realtà limitrofa e ne è prova lampante la situazione pericolosa che verrà a crearsi verso la fine del film. Si nota, in ciò, la tendenza razionalizzante di Cantet che purtroppo risolve l’intreccio in una scelta sì inevitabile pur di non cadere nella tragedia e rassicurante, ma a parer di chi scrive sin troppo comoda e affettuosa. Nonostante ciò il film rappresenta un tentativo interessante di comprendere i meccanismi di un cervello estraneo a debita distanza, andando controcorrente nel non immedesimare anche la forma stessa (il cinema) al contenuto mentale del personaggio e riuscendo a mantenere una lucidità sorprendente per gran parte del minutaggio.

Marco Clelio Palmieri

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