Aminta: amor fou e poesia contro la barbarie postmoderna

Ha fatto tappa al Teatro dell’Arte di Milano il nuovo lavoro di Antonio Latella che propone il dramma pastorale di Torquato Tasso in salsa

«Perduto è tutto il tempo che in amar non spende» sentenzia Dafne, ninfa amica di Silvia nel dramma pastorale “Aminta”. E in questa affermazione c’è la chiave di lettura dell’opera omonima che Antonio Latella ha portato di recente in scena a Milano, al Teatro dell’Arte, compiendo una raffinata e complessa operazione registica e drammaturgica. Latella sembra rivendicare l’importanza e la purezza dei sentimenti umani e della lingua degli uomini, di cui evidenzia la dimensione alta contro la deflagrazione contemporanea dei sentimenti, sempre più sostituiti dagli istinti, e della lingua, degenerata a linguaggio basso ed elementare.

In Latella domina la dimensione alta: alto è il livello poetico e drammatico, alta è la materia trattata ovvero la potenza dell’amore e le diverse forme che esso assume in ogni essere umano, alta la dimensione attoriale e interpretativa, alta la scelta filologica e stilistica. È forte la fedeltà al verso tassiano e alla musica di Monteverdi e dei Can e di PJ Harvey.

Già la scelta dell’opera di Torquato Tasso, l’”Aminta”, sconosciuto al grande pubblico, escluso dai classici della letteratura italiana e relegata a oggetto di studio per liceali ed umanisti, è una dichiarazione d’intenti: nessuna captatio benevolentiae verso il pubblico; e nessuna concessione al pop e al commerciale.  Latella dimostra che il dramma pastorale composto dal Tasso nel 1573 ha ancora tanto da dire e dare anche alla nostra società sempre più liquida. Un preciso lavoro di ricerca ne coglie le più intime ragioni.

“Aminta” è molto più di una favola boschereccia. È uno spaccato del mondo in cui vive, ossia la corte degli Estensi, che dietro il grado di civiltà acquisito cela la perdita della purezza e dell’innocenza, che lo scrittore ricerca proprio tra i boschi in cui è ambientata l’opera e che Latella restituisce in una scena dark, minimalista ma elegantissima, grazie all’uso sapiente delle luci e del suono.

La critica letteraria italiana dall’Ottocento in poi ha veicolato l’immagine del poeta degli estensi come quella di un eroe romantico e maledetto: le biografie delle antologie  scolastiche abbondano ancora oggi di dettagli sulla follia di Torquato Tasso e sulle sue presunte manie di persecuzione. Allo stesso Tasso, però, appartengono alcuni tra i brani più appassionati della letteratura italiana, come il duello fra Tancredi e Clorinda nella “Gerusalemme Liberata”.

Matilde Vigna e
Michelangelo Dalisi, ph Brunella Giolivo

Latella scava nella dimensione cupa e romantica tassiana per rileggere l’”Aminta”. Ne segue fedelmente il testo letterario, compiendo un’operazione drammaturgica complessa. È filologicamente ineccepibile lo scavo sulla parola e sulla lingua: un cesello di asprezze e suoni tenui. Latella punta sulla forza attoriale, sulla qualità timbrica delle voci, su mimica e prossemica per creare l’atmosfera di tardo romanticismo.

Scrivere un dramma pastorale nel Cinquecento per un poeta di corte, anche se romantico e maledetto come Tasso, significava aderire a un canone e soddisfare delle aspettative. All’epoca non poteva mancare il lieto fine in un genere di intrattenimento quale la favola boschereccia. Latella, invece, rinuncia al lieto fine per raccontare le sfumature  differenti che la scoperta dell’amore assume in ogni essere umano, sfumature che a volte giungono a un punto di non ritorno.

In scena quattro interpreti straordinari: Michelangelo Dalisi nei panni di Amore, Emanuele Turetta nei panni del pastore Aminta, Matilde Vigna nei panni della ninfa Silvia e, Giuliana Bianca Vigogna nei panni della sua amica Dafne: diretti da una regia solida e rigorosa, restituiscono le innumerevoli sfumature di poesia dell’opera. Maneggiano con cura una lingua preziosa, carica di poesia, evidenziandone con un’accurata interpretazione la musicalità e le venature di significato e di senso. Nel pronunciare, declamare e incarnare i versi tassiani restituiscono ora la bellezza dell’innamoramento ora la caparbietà dell’amore e infine il dolore per la delusione e il senso di sconfitta della mancata corrispondenza. Altri momenti danno voce alla consapevolezza della natura mutevole e pericolosa di questo sentimento mutante e mutabile.

Se l’attenzione alla parola, alla dimensione poetica del testo e alla sua musicalità è profonda, non meno rilevante è l’uso dei corpi in scena: dietro un’apparente immobilismo, i quattro interpreti pulsano emozioni e sentimenti, pronti a venire fuori dai loro corpi statuari,ammantati da sinistri bagliori.

”Aminta” di Latella è forse in primo luogo un’operazione politica: un manifesto in difesa della lingua, della civiltà, della purezza dei sentimenti in un’epoca sempre più opaca che utilizza in maniera subdola il linguaggio facendone un mezzo di diffusione d’odio, cercando di far dimenticare non solo la purezza e l’innocenza dell’animo umano, ma anche quei pochi barlumi di umanità e buon senso costruiti dalle civiltà evolute.

In secondo luogo, si legge in “Aminta” una distanza da certo teatro contemporaneo smaccatamente pop e comico. Latella firma la regia di un’opera intensa, poetica eppure minimalista. Esalta la dimensione tragica rinunciando alla leggerezza calviniana  e consegnando al pubblico un aristocratico messaggio di  luce e di speranza.

Laura Timpanaro

 

Aminta

di: Torquato Tasso
regia: Antonio Latella
con Michelangelo Dalisi, Emanuele Turetta, Matilde Vigna, Giuliana Bianca Vigogna
drammaturga: Linda Dalisi
scene: Giuseppe Stellato
costumi: Graziella Pepe
musiche e suono: Franco Visioli
luci: Simone De Angelis
movimenti: Francesco Manetti
assistente alla regia: Francesca Giolivo
production: Brunella Giolivo
management: Michele Mele
produzione: stabilemobile
in collaborazione con: AMAT e Comuni di Macerata e Esanatoglia nell’ambito di “Marche inVita. Lo spettacolo dal vivo per la rinascita dal sisma”
progetto di MiBAC e Regione Marche coordinato da Consorzio Marche Spettacolo
© Andrea Pizzalis per Centrale Fies

Nella foto in alto da sx Giuliana Vigogna e Matilde Vigna, ph Brunella Giolivo

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