Allegria cercasi, avanza la depressione e manca la solidarietà del cortile

È finito il primo maggio, fra vacanza e cortei più o meno distruttivi. In Italia è tutto un corteare, da decenni: per molti un modo di divertirsi senza ben sapere perché oppure nell’illusione di far qualcosa.

Sta di fatto che anche nei cortei si vedono volti che ridono. Infatti siamo in cerca di ogni occasione di allegria, che per definizione è di gruppo. Peccato, troppo spesso al seguito di di animatori in varie versioni.

Cercare allegria è un sussulto di autodifesa: da lungo tempo – e pochi se ne accorgono – siamo educati alla depressione. Le brutte notizie addosso a valanga, solo loro, cosicché la vita pare un mucchio di nuvole nere. Da un pezzo esimii comunicatori van dicendo che la bella notizia non fa notizia, a meno che sia la scoperta di una medicina miracolosa (su cui impazza il fallace web, non per dare belle notizie, ma per  trovar seguaci. La sostituzione del gruppo, dalla famiglia all’oratorio, con movimenti (politici o settari) o virtuali. La caduta della scuola che rinuncia alla storia, alla logica, all’arte, perfino alla ginnastica (timore di denunce se qualcuno si rompe un dito?). Lo sputtanamento delle istituzioni, religiose comprese. La degradazione dei ruoli, con conseguente  eliminazione dei punti di riferimento. La superficialità del piacere immediato e la promozione dell’impulso al posto del ragionamento. Si aggiunge la non sicurezza e il timore della povertà. Dove sono i punti di forza? La solidarietà del cortile, l’allegria delle serate cantate e ballate, il saluto per la strada, il non sentirsi soli: ma sono ben rari. Isolamento, senso di impotenza, futuro nebuloso, paura serpeggiante. Sono tutti elementi di indebolimento, di depressione. Ricordo – Anni ’90 – le kermesse di propaganda alla depressione. Camuffati da insegnamenti e suggerimenti farmacologici, in quegli anni si sono susseguiti eventi  spettacolari, anche in grandi teatri, in cui personaggi noti declamavano la propria depressione, e la risoluzione attraverso certi farmaci. Elencavano una moltitudine di sintomi, così che ognuno li potesse rintracciare in se stesso, e definirsi depresso. A quell’epoca ho organizzato eventini (per quelli grandi ci vogliono soldi) di educazione alla gioia. Ricordo la partecipazione di Alberoni e di Andreoli, persone fuori dal coro, che desiderano il bene e la libertà.

Piccole cose, in confronto all’educazione di massa a quel sentirsi impotenti (depressi) che è uno scivolo verso l’accoglienza di una dittatura. In questa piatta atmosfera, ringrazio i seminatori di allegria. Quelli che organizzano cene, che creano cori e gruppi di ballo, che sanno ridere di piccole cose, che non parlano sempre e soltanto di soldi, tasse, decadenza. Che hanno tanto cervello da non lasciar riempire di vuoto la testa propria e dei propri figli, rendendo assai più difficile che questi scambino l’abbrutimento o il rischio estremo per felicità.

Federica Mormando

psicoterapeuta e psichiatra

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